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L’esercito invisibile: capire il fenomeno Hikikomori e la sua crescita in Italia

C’è un silenzio che sta diventando assordante nelle case italiane. È il silenzio che proviene dalle stanze da letto di migliaia di adolescenti e giovani adulti che hanno deciso di abbassare la serranda sul mondo esterno. Non si tratta di pigrizia, né di una semplice fase di ribellione adolescenziale. È l’Hikikomori, un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” o “ritirarsi”, e descrive una condizione di auto-isolamento sociale volontario e cronico.

Nato in Giappone negli anni ’80, il fenomeno è rimasto a lungo confinato entro i confini nipponici, interpretato come un prodotto specifico di quella cultura iper-competitiva. Oggi, però, l’Hikikomori è una realtà globale e l’Italia si colloca tra i Paesi occidentali più colpiti, subito dopo le nazioni asiatiche.

Cos’è (e cosa non è) l’Hikikomori

L’Hikikomori non è una malattia mentale in sé, ma una strategia di difesa estrema. È la risposta di un individuo a una pressione sociale, scolastica o lavorativa percepita come insostenibile. La persona ritirata non odia la società; ne ha paura. Teme il giudizio, il fallimento, il confronto con coetanei che sembrano avere percorsi di successo già tracciati.

È fondamentale distinguerlo da altre condizioni:

  • Non è depressione: anche se l’isolamento prolungato può portare a sintomi depressivi, la causa scatenante è diversa.
  • Non è agorafobia: la paura non è dello spazio aperto in sé, ma delle interazioni sociali che in esso avvengono.
  • Non è dipendenza da internet: la Rete è spesso l’unica finestra sul mondo rimasta, un rifugio “sicuro” dove interagire senza l’ansia del confronto fisico, non la causa del ritiro.

Il ritiro si sviluppa solitamente in tre fasi, da un iniziale assenteismo scolastico e abbandono delle attività extrascolastiche, fino alla reclusione totale nella propria stanza, spesso con un’inversione del ritmo sonno-veglia per evitare anche i minimi contatti con i familiari.

Il fenomeno in Italia: i numeri dell’emergenza

In Italia, la consapevolezza del fenomeno è cresciuta solo negli ultimi anni, grazie soprattutto al lavoro di associazioni di genitori e psicologi. Ottenere dati precisi è estremamente difficile: stiamo parlando di una popolazione “invisibile”, che sfugge ai radar delle istituzioni scolastiche e sanitarie. Molti genitori, schiacciati dalla vergogna e dal senso di colpa, tendono a nascondere il problema.

Le Stime dell’Associazione Hikikomori Italia

L’associazione fondata dallo psicologo Marco Crepaldi, pioniere nello studio del fenomeno in Italia, stima che ci siano tra i 100.000 e i 200.000 casi nel nostro Paese, considerando tutte le fasce d’età e i diversi livelli di isolamento.

Anche lo studio CNR-IFC (ESPAD-Italia), una delle prime ricerche quantitative su vasta scala, condotta dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha analizzato un campione di studenti delle scuole superiori.

  • I dati proiettati su base nazionale suggeriscono che circa 54.000 studenti (tra i 15 e i 19 anni) si identifichino in una condizione di ritiro sociale.
  • Ulteriori 67.000 giovani sarebbero a rischio grave di diventarlo.
  • È importante notare che questa indagine si concentra solo su chi frequenta ancora la scuola, escludendo chi ha già abbandonato gli studi, che rappresenta una fetta consistente del problema.

Il Profilo dell’Hikikomori Italiano

Le indagini condotte, in particolare quella dell’Associazione Hikikomori Italia Genitori su un campione dei propri associati, tracciano un profilo specifico del ritirato sociale nel nostro contesto:

  1. Età di Esordio: il momento critico è l’adolescenza, con un’età media di inizio del ritiro intorno ai 15 anni. Le scuole medie e superiori sono i contesti dove la pressione sociale e il timore del giudizio dei pari diventano più acuti.
  2. Prevalenza Maschile: il fenomeno colpisce prevalentemente i maschi, che rappresentano circa l’80-90% dei casi segnalati. Questo dato potrebbe essere influenzato da fattori culturali: la pressione al successo lavorativo e sociale è storicamente più forte sugli uomini, mentre per le donne il ritiro potrebbe essere parzialmente “mascherato” o interpretato diversamente dalla società.
  3. L’Effetto Covid-19: la pandemia e i successivi lockdown hanno agito come un potente acceleratore e “svelatore” del fenomeno. Per chi era già a rischio, la DAD e l’isolamento forzato hanno legittimato il ritiro, rendendo ancora più difficile il ritorno alla normalità. Chi era già ritirato ha visto la propria condizione normalizzata dal contesto globale.

La sostenibilità relazionale come via d’uscita

Affrontare l’Hikikomori richiede un cambio di paradigma. Non si tratta di “curare” il ragazzo, ma di curare l’ecosistema relazionale che lo circonda. Le forzature, i ricatti emotivi, lo staccare la connessione internet sono strategie quasi sempre controproducenti, che aumentano l’ansia e il senso di inadeguatezza dell’adolescente, spingendolo ancora più a fondo nel suo guscio.

La strada per il benessere, inteso come salute mentale e sociale, passa attraverso:

Una nuova ecologia della Scuola: è necessario ripensare l’istituzione scolastica non solo come luogo di performance e valutazione, ma come comunità accogliente che valorizza l’individuo oltre il voto.

L’ascolto NON giudicante: creare uno spazio in cui il ragazzo si senta accolto e capito, non “sbagliato”.

Il supporto ai genitori: le famiglie non vanno lasciate sole. Hanno bisogno di strumenti per gestire l’impotenza e la frustrazione, e per ricostruire un canale di comunicazione con il figlio.

3 Campanelli d’allarme da non sottovalutare

  1. Inversione del ritmo sonno-veglia: il ragazzo inizia a vivere di notte e dormire di giorno, usando il buio come scudo dal giudizio sociale.
  2. Ritiro graduale dalle passioni: non solo l’abbandono della scuola, ma anche dello sport e degli amici storici.
  3. Sostituzione della realtà: il mondo digitale diventa l’unico luogo percepito come “sicuro”, non per svago, ma per evitare il confronto fisico.

In conclusione, l’Hikikomori non è un problema individuale, ma lo specchio di una società che fatica a offrire ai propri giovani spazi di crescita autentici e sostenibili, liberi dall’obbligo di una perfezione performativa irraggiungibile. Riconoscere questo esercito invisibile è il primo, fondamentale passo per riportarlo, con delicatezza e rispetto, alla vita.

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