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L’illusione dell’atomo

Perché il nuovo piano sul nucleare è solo fumo negli occhi

L’improvvisa accelerazione del governo sul nucleare, a me, sa tanto di mossa ideologica. Sicuramente buona per i talk show e gli annunci sui social, mi sembra priva di una reale visione industriale e tanto meno sostenibile per economia e ambiente. Nonostante i fiumi di denaro del Pnrr, non è stato fatto uno straccio di intervento strutturale per avviarci verso la libertà dalle fonti fossili e dai lacci geopolitici, un’inerzia che, dalla guerra in Ucraina a quella nel Golfo, continua a pesare sulle spalle del pianeta e, come abbiamo visto, sulle nostre bollette di casa.

Spingere sull’acceleratore dell’atomo proprio adesso è una burla!

Significa incassare un teorico dividendo elettorale oggi, lasciando i veri problemi alle prossime generazioni. Questo clamore e attenzione serve in realtà, per rispondere a chi, soprattutto in Europa, chiede conto all’Italia di anni di inerzia sul fronte della vera transizione ecologica.

Per aggirare la volontà popolare espressa nei vecchi referendum e spacciare l’atomo come una “svolta green e innovativa”, si sta usando una narrazione quasi comica.

Nei testi si parla di “piccoli reattori modulari” che «generalmente non superano i 400-500 megawatt». Una supercazzola linguistica: la verità è che questi impianti sono ancora sulla carta, progetti futuribili che se supereranno la fase sperimentale, forse si parlerà tra dieci anni. Dire che «generalmente» hanno una certa potenza significa descrivere qualcosa che oggi, nei fatti, non esiste. E poi, chiamarli “piccoli” è un insulto alla memoria: le vecchie centrali italiane, esclusa Caorso, erano quasi tutte al di sotto di quella soglia. Insomma, su questi reattori abbiamo già votato, e il popolo aveva detto NO. Per due volte!

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Fa sorridere anche il richiamo all’«indipendenza energetica», sbandierato come un mantra, per convincerci che l’atomo ci salverà dalle crisi geopolitiche. Peccato che la realtà sia ben diversa e ci parli di una dipendenza di sapore coloniale: i tre quarti dell’uranio mondiale arrivano da appena quattro Paesi (come Kazakhstan e Russia) e il 99% del combustibile viene arricchito da quattro colossi controllati da governi esteri, alcuni esplicitamente ostili all’Occidente.

Sostituire la dipendenza dal gas con quella dall’uranio non è indipendenza, è ostinata cecità.

Infine, ci vendono come miracoloso un programma destinato a rimanere insignificante. Secondo i numeri fantasiosi scritti nel Piano Energia e Clima, nel 2050 questi reattori dovrebbero coprire il 20% della domanda elettrica nazionale. Ma le stime mondiali dicono che in tutto il pianeta si installeranno appena 50 gigawatt di questa tecnologia. Pensare che un terzo di tutti i reattori del mondo nascerà in Italia nei prossimi 25 anni è quantomeno azzardato. La verità è che l’atomo coprirà una quota ridicola del nostro fabbisogno, lasciandoci in eredità scorie, che si aggiungeranno a quelle che ancora abbiamo in carico dalle centrali nucleari chiuse da decenni e costi infrastrutturali stratosferici che pagheremo noi e i nostri figli.

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