Perché proteggere il clima è la più grande eredità che possiamo lasciare a figli e nipoti.

C’è una realtà inaspettata che si sta riflettendo sul dibattito pubblico globale, Italia compresa. Oggi, il principale indicatore del consenso sul cambiamento climatico non dipende dalla conoscenza scientifica o dall’intelligenza delle persone. Dipende, purtroppo, dalla loro posizione rispetto alla politica.
Ma il termometro dà forse una risposta diversa a seconda che si sia di destra o di sinistra? Ovviamente no.

Il punto è che se la scienza ci dice che il pianeta si sta surriscaldando per colpa dell’uomo e che dobbiamo abbandonare i combustibili fossili, scatta un meccanismo di difesa psicologico.
Molti preferirebbero negare l’evidenza piuttosto che accettare interventi normativi che percepiscono come una minaccia alle proprie abitudini consolidate o vengono paralizzati dalla paura di perdere il controllo della propria vita.
Tuttavia affermare: “Il problema esiste ma non voglio risolverlo” ci farebbe sentire dalla parte dei cattivi. E nessuno vuole essere il cattivo.
Così ci si rifugia nei comodi miti dei “cicli naturali”, dell’attività solare o dei complotti studiati e realizzati ad arte.
Come spezzare questo circolo vizioso? Facendo due cose semplici e potenti che abbiamo smesso di fare: parlarne e agire nel nostro quotidiano.
Continuare a bombardare le persone con dei dati serve a poco: le scienze sociali ci insegnano che quando si attacca l’identità ideologica di qualcuno, questo si trincera dietro al rifiuto dei fatti. Costruisce una trincea, invece di un ponte.
Dobbiamo quindi cambiare approccio: non partire dalla testa, ma dal cuore e dalle mani; emozione e azione.
Dobbiamo dialogare con le altre persone, partendo dai valori condivisi.
Siamo genitori e nonni. Viviamo nella stessa comunità. Amiamo la vita all’aria aperta, l’escursionismo, il sapore di un pomodoro maturato al sole nell’orto vicino a casa e il piacere di sedersi a tavola sapendo da dove viene ciò che mangiamo. Abbiamo a cuore l’economia locale e il futuro di figli e nipoti.
Quasi ogni persona sul pianeta possiede già questi valori giusti per avere a cuore le sorti del clima; deve solo unire i puntini. Il cambiamento climatico è un “moltiplicatore di minacce”: esaspera la povertà, la fame, le malattie e le migrazioni. Non serve essere ambientalisti radicali per preoccuparsene, basta essere esseri umani. Che si tratti delle inondazioni costiere, degli incendi devastanti o della siccità che colpisce il bacino del Mediterraneo, l’impatto è già qui, ora.
La paura, però, non basta. La paura serve per scappare da un incendio, non per costruire un cambiamento duraturo e sostenibile.
Abbiamo bisogno di una speranza razionale.
Dobbiamo riconoscere la posta in gioco, certo, ma soprattutto guardare a una visione di futuro migliore: un mondo con energia pulita e abbondante, un’economia stabile e risorse accessibili a tutti.
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Le soluzioni pratiche esistono già e passano anche dai nostri stili di vita: consumare prodotti locali, preferire alimenti sani e azzerare lo spreco di cibo.
Poi essere meno energivori, stare attenti ai nostri viaggi, limitando l’uso delle auto (si, anche elettriche) e dei viaggi aerei.
Utilizzare tecnologie meno impattanti, consumando meno e con più attenzione.
Comprare prodotti buoni, che durino nel tempo.
Non stiamo “rinunciando alle mode”, stiamo riprendendo il controllo del nostro tempo e valorizzando il lavoro e l’economia del territorio, sostenendo con i nostri acquisti i piccoli produttori locali e mantenendo vivi i nostri centri storici.
Dobbiamo solo farlo e ricominciare a parlarne con chi è introno a noi.












