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13 Luglio 2024

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Il contrasto al cambiamento climatico passa anche dalla tavola

Alimentarsi in modo sostenibile per garantire una vita sana alle generazioni presenti e future attraverso la prevenzione delle malattie e l’eliminazione del rischio di malnutrizione.

Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, il settore agroalimentare è responsabile del 37% delle emissioni di gas serra, rivelandosi uno dei più impattanti a livello ambientale. Un disastro ecologico facilmente prevedibile che con l’arrivo dell’industrializzazione vede l’inesorabile trasformazione dei processi produttivi e delle abitudini dell’intera società, comprese quelle alimentari.

I cibi freschi e genuini che si raccolgono con sacrificio e fatica dalla propria terra per giungere direttamente in tavola, subiscono adesso numerose raffinazioni nelle fabbriche in città. Lo scopo è garantire una maggiore durata nel tempo e l’esportazione a livello globale. Ciò tuttavia comporta un significativo aumento del contenuto di amidi, grassi saturi, trans e zuccheri che incidono sul carico calorico.

Il crescente benessere economico dei paesi occidentali e la successiva nascita della pubblicità televisiva allontanano dalle tradizioni culinarie e dall’utilità nutrizionale del cibo.

Chi compra è influenzato dalle mode del momento, dalla curiosità di assaggiare l’ultima novità vista in tv.

Ad oggi i ritmi di vita frenetici spingono sempre più persone a scegliere cibi precotti e pronti in pochi minuti, a preferire piatti d’asporto, a mangiare ai fast food. In più all’alimentazione scorretta si aggiunge lo stile di vita sedentario tipico delle città e la conseguente diffusione di malattie cardiovascolari, colesterolo, diabete, tumori.

In particolare l’intensificarsi del divario tra paesi ricchi e paesi poveri conduce a due diverse forme di malnutrizione: una per eccesso con sovrappeso e obesità, e una per difetto dovuta a mancanza di cibo e morte per fame.

Come se non bastasse i dati diffusi dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile attribuiscono all’agricoltura industrializzata un sovrasfruttamento delle risorse ambientali del 190% negli ultimi 50 anni. Nello specifico si assiste:

ad un avvelenamento del suolo e delle falde acquifere per l’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti; al disboscamento incontrollato di vaste aree destinate alla coltura di mangime per gli animali da allevamento intensivo e ad una perdita delle colture tradizionali.

Come porre rimedio a tutto questo? Esiste una dieta sostenibile?

Gli ultimi Vertici delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari (UNFSS) del 2021 e 2023 in sostegno ai 17 obiettivi dell’Agenda 2030 hanno stabilito una serie di cambiamenti da attuarsi a livello mondiale nell’ambito della produzione, dell’immagazzinamento, del consumo degli alimenti e della gestione dei rifiuti.

La vera dieta mediterranea, quella che prese vita con lo sviluppo delle prime civiltà che si sono affacciate sul bacino, risulta contribuire in pieno alla realizzazione di questi importanti traguardi.

Essa infatti: valorizza l’agricoltura locale stagionale con metodo biologico prediligendo il consumo di alimenti vegetali freschi e poco processati come verdura, frutta, cereali e farine integrali. Limita il consumo di carne, esclude gli allevamenti intensivi e privilegia la pesca sostenibile. La dieta mediterranea riscopre le varietà antiche in favore della biodiversità e della tutela delle piccole aziende locali. Riduce drasticamente la produzione di gas serra e diminuisce la quantità di imballaggi e quindi di rifiuti prodotti. Essa risulta nutrizionalmente equilibrata prevenendo l’insorgenza di patologie legate alla malnutrizione per eccesso o per difetto.

La FAO riconosce la dieta mediterranea come un modello di “dieta sostenibile” i cui principi base di prevalente consumo di vegetali, di protezione e rispetto della biodiversità e degli ecosistemi possono diventare il fondamento del regime alimentare di ogni Paese. L’obiettivo a cui si vuole giungere nei prossimi anni è accompagnare ogni Nazione a costruire il proprio modello alimentare etico e culturalmente accettabile, tenendo conto delle risorse disponibili e dei frutti tipici della terra per riscoprire e difendere l’identità e le tradizioni locali, e salvaguardare l’ambiente.

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