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19 Aprile 2024

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Minimalismo VS Globalizzazione

Nessuna transizione ecologica sarà possibile, se non cambiamo modello economico e di vita.

Ma siamo o non siamo nell’era della transizione ecologica? E’ ormai noto a tutti da almeno 2 decenni che l’unica possibilità che avevamo (e che non è affatto detto che possa risultare efficace ancora oggi) per frenare il cambiamento climatico, è fare completamente a meno dei carburanti fossili (carbone, petrolio e suoi derivati). La negligenza del sistema politico e spesso la sua collusione con i potentati economici, ha fatto passare più o meno inascoltati anni di allarmi lanciati dagli scienziati di tutto il mondo. E ora, per far fronte alla crisi energetica, ci troviamo all’inizio di quest’autunno, a mendicare gas e a riaccendere centrali a carbone (la fonte energetica più impattante), con tutte le conseguenze nefaste sul clima e sulle persone che questo comporta.

Minimalismo VS Globalizzazione

Le alternative per produrre energia pulita e utilizzarla senza sprechi e consapevolmente, di certo non mancano. E la tecnologia le rende sempre più efficaci ed economiche. 

Tuttavia, a mio parere, si è perso molto tempo a favore di chi ha speculato e realizzato enormi profitti con le fonti fossili e ora ci troviamo in affanno a perseguire un obiettivo di decarbonizzazione sempre più complesso e sempre più soggetto alla fragilità e ai ricatti geopolitici (Russia docet), di questa interdipendenza globalizzata delle fonti energetiche. Non credo che la globalizzazione, che già con la crisi Covid del 2020/21, aveva mostrato tutti i suoi limiti a favore delle filiere di produzione e consumo più corte ed efficienti, sia l’unica strada per il benessere socio economico e ambientale per il Pianeta. La dottrina neo-liberista, ha prodotto un sistema economico con enormi e sempre più ampie diseguaglianze. Un mondo “bipolare”: da un lato un Nord sempre più anziano, in crisi di natalità, ricco, consumista e sprecone, sempre più spaventato e arroccato e dall’altro un Sud giovane, povero, malnutrito e in pieno boom demografico.

Sembra assurdo, ma l’unica cosa che unisce questi due poli, così distanti fra loro, è il modello di vita e di consumo che la globalizzazione, in mano alle grandi società multinazionali, pubblicizza e propone identico, in tutto il pianeta: il modello della crescita economica infinita.

Qui il paradosso esplode in tutta la sua evidenza.

La nostra Terra, è un pianeta meraviglioso e ricchissimo di risorse, messe a disposizione degli esseri che lo abitano, ma queste risorse, sono tutt’altro che infinite!

Come può reggere un sistema economico basato sulla crescita infinita, in un mondo con risorse finite? Come può reggere una società degli umani, dove il 20% della popolazione del pianeta, consuma l’80% delle risorse disponibili? Dove oltre 1 miliardo di esseri umani è sotto la soglia di povertà, è malnutrito e muore di malattie banali, spesso dovute alla mancanza di cibo, acqua e igiene di base?

La risposta della Globalizzazione, è quella di portare lavoro (spesso sottopagato e senza diritti) e aziende (spesso inquinanti e pericolose) nei paesi in via di sviluppo, per far sì che, nel tempo, anche loro possano avvicinarsi al nostro modello di società e di consumo. Ma se anche questo progetto si realizzasse, il nostro pianeta non potrebbe assolutamente sostenere l’impatto di altri 2, 3, o 4 miliardi di persone con il nostro stile di vita!

La notizia scomoda è che gli spreconi siamo noi: noi del nord del mondo.

Infatti noi europei, abbiamo (grossolanamente) un’impronta ecologica di circa 4, un americano di circa 6 e un centrafricano di circa 0,7. Questo significa che a noi europei servirebbero le risorse di 4 pianeti uguali alla Terra (agli americani 6), per vivere come stiamo vivendo. Una Terra, basta solo agli abitanti del centro Africa!

Allora si potrebbe puntare a una rottura del modello economico, sociale ed energetico della globalizzazione.

Pur mantenendo saldi tutti i cardini della cooperazione internazionale, in particolare sui temi globali, come il cambiamento climatico, si può (e si deve) tornare a sistemi di produzione a filiera più corta. Questi, per loro natura, valorizzano le specificità locali (come i distretti produttivi) e mantengono lavoro, professionalità e ricchezza sul territorio. E’ essenziale anche rompere la dipendenza dalle fonti energetiche fossili, superando i ricatti geopolitici e sviluppando una sorta di autarchia energetica, basata sulla produzione (e anche sulla microproduzione) e sullo sviluppo di reti di scambio e consumo di energia da fonti pulite. Inoltre ricercare con determinazione, in ogni attività economica, una vera efficienza che azzeri ogni possibile spreco. Fondamentale sarà anche ridistribuire, a livello globale, risorse e ricchezze risparmiate, per promuovere una vita più dignitosa a tutti gli abitanti della Terra.

Infine l’aspetto più importante e difficile: cambiare il nostro modello di vita.

Non è vero che maggiori e spesso inutili consumi, ci rendano più felici. Non è vera l’equazione: aumento del PIL = aumento del benessere! Per decenni ci hanno instillato questo sentimento di scarsità e di carenza, che ci porta a essere sempre insoddisfatti ed inappagati. Ma guardiamo intorno a noi; abbiamo armadi straripanti, tre auto a famiglia, smartphone, computer, abbonamenti e mille altre cose per “distrarci e rilassarci”, ma non siamo né sereni né felici. E tutto il tempo “risparmiato”, grazie alle tecnologie, diventa subito dopo tempo “buttato” con gli occhi e la testa dentro altre tecnologie.

Minimalismo VS Globalizzazione

Forse ci salverà un approccio minimalista. 

Svuotiamo gli armadi e regaliamo ciò che non useremo mai più. Togliamo i nostri occhi e la nostra mente dalla schiavitù dei social e delle serie e ricominciamo a leggere e a far volare la nostra fantasia e i nostri sogni.

Dedichiamoci con attenzione e amore ad autoprodurre qualcosa per noi e i nostri cari e con loro condividiamo il tempo e l’ascolto.

Decidiamo che la nostra vita non è resa più bella dalle cose che possediamo e più frustrante da quelle che non possiamo permetterci di possedere, ma dalla qualità delle relazioni che abbiamo.

Dall’amore per i nostri figli, dalla solidarietà e dalla cura che abbiamo per ciò che ci circonda e infine dalla nostra capacità di non smettere mai di crescere e di diventare persone migliori.

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