Intervista a Lorenzo Massone, Presidente della Cooperativa Campo

Da oltre quarant’anni, la Cooperativa Campo è una presenza silenziosa ma fondamentale nel panorama del biologico italiano.
Nata in un crocevia fertile di idee tra Marche, Umbria e Toscana, ha tracciato un percorso unico, puntando sulla qualità e l’accessibilità dei prodotti di uso quotidiano.
Ne parliamo con Lorenzo Massone, Presidente del Consiglio di Amministrazione, per scoprire la filosofia dietro un successo che dall’Italia ha conquistato il mondo.
Silvano Ventura: Lorenzo, la Cooperativa Campo nasce nel 1978 in un territorio che è stato la culla di importanti realtà del biologico italiano. Quali sono le vostre radici e i principi che vi hanno guidato fin dall’inizio?
Lorenzo Massone: Siamo nati insieme ad altre realtà pionieristiche come Alce Nero, La Terra e il Cielo e Aboca, in un’area ricca di fermento e voglia di cambiamento. Il nostro acronimo originale era C.A.M.P.O. (Cooperativa Agricola Montana Piante Officinali), ma abbiamo quasi subito capito che la nostra vocazione era un’altra: il cibo. La nostra filosofia è sempre stata quella di produrre e commercializzare alimenti biologici con un’attenzione crescente, mettendo i nostri valori e le nostre idee ancora prima del prodotto stesso.
SV: I vostri primi passi sono coincisi con un momento di grande trasformazione per l’agricoltura. Come siete passati dalla teoria alla pratica?
LM: Negli anni ’70, gli stessi contadini che poco prima avevano accolto la chimica come una promessa di futuro si resero conto che significava soprattutto veleni nei campi. Da lì è nata la spinta a creare alternative. All’inizio non esisteva un mercato per il grano biologico, tanto che il primo raccolto fu venduto al Consorzio Agrario come grano convenzionale. Per dare valore al nostro lavoro, decidemmo di trasformarlo: lo facemmo macinare in un mulino a pietra locale e ci rivolgemmo a un pastificio della zona. Così è nata la nostra pasta e il nostro marchio, pensato inizialmente per un pubblico di appassionati di macrobiotica.
SV: Mentre altri puntavano su prodotti di nicchia, quasi “punitivi” per il palato e il portafoglio, voi avete fatto una scelta controcorrente. Perché?
LM: Esatto. Per noi la scelta naturale fu produrre cibo di base, alimenti d’uso quotidiano a costi comprensibili. Mentre il mercato si concentrava su prodotti ultra-integrali e costosi, noi abbiamo assunto un atteggiamento più realistico. Questa ricerca ci ha portati a proporre, già nel 1983, quello che crediamo sia stato il primo pelato biologico in lattina al mondo. Un’idea semplice, ma rivoluzionaria: con pomodoro, pasta e olio, il piatto base dell’alimentazione italiana poteva essere per la prima volta completamente biologico e accessibile a tutti.
SV: Questa filosofia del “basso profilo” vi ha però portati molto lontano. Oggi siete un’azienda che esporta in tutto il mondo.
LM: Sì, abbiamo sempre preferito la sostanza all’apparenza. Abbiamo iniziato a esportare nel 1994 e oggi oltre il 90% del nostro fatturato di 4,5 milioni di euro viene dall’estero, con mercati principali in Germania e Francia. Siamo consapevoli che i consumatori si aspettano da noi non solo un cibo pulito, ma anche soluzioni sostenibili per conservare al meglio le qualità nutrizionali e organolettiche degli alimenti, riducendo al minimo gli sprechi. Proviamo a essere una risposta a queste esigenze, senza clamore.

SV: Amate definirvi “collettori di prodotti” e “connettori di soluzioni”. Può spiegarci meglio questi due concetti?
LM: Certo. Siamo “collettori di prodotti” perché il nostro primo obiettivo è fornire alimenti biologici di base, mono-ingrediente, fatti bene e al giusto prezzo. Parliamo di prodotti essenziali, come fagioli bolliti, pomodori pelati o pasta, ottenuti con lavorazioni minime da aziende che condividono i nostri valori. Rendiamo accessibili produzioni che, per avere costi industriali corretti, necessiterebbero di grandi volumi. Allo stesso tempo, siamo “connettori di soluzioni”: ascoltiamo i clienti per capire le loro necessità e anticipare i cambiamenti, offrendo prodotti innovativi che nascono da questa capacità di ascolto. È questa la nostra chiave per il futuro.
SV: Parlando di futuro, lei sostiene che le imprese debbano ripensarsi profondamente, superando la vecchia contrapposizione tra produttori e consumatori.
LM: Assolutamente. Concetti come sostenibilità, lotta allo spreco e cibo sano, stanno emarginando idee e prodotti ormai superati, come il cibo spazzatura. Non basta più una filiera in cui produttori e consumatori sono “gli uni contro gli altri”. Crediamo in un modello di “comunità d’intenti”, dove coltivatori, trasformatori, distributori e consumatori collaborano. Siamo tutti sulla stessa “astronave Terra” ed è necessario agire insieme per un obiettivo comune.

SV: Come fa un’azienda a intercettare questi cambiamenti e a tradurli in prodotti di successo?
LM: Bisogna saper “leggere nei crocevia”, ovvero in quei luoghi fisici, come le grandi città, dove le nuove tendenze prendono forma, dove si incrociano le persone e nascono le intuizioni. Le imprese più attente sanno riconoscere questi segnali in anticipo e hanno il tempo di progettare risposte adeguate. Come nel mondo della moda, anche quello del cibo si muove costantemente, sebbene in modo meno esplosivo. Il nostro impegno è rimanere concentrati su questi movimenti per poter offrire ai nostri clienti, anche domani, risposte concrete per i loro futuri gusti e le nuove necessità.
SV: In conclusione, qual è l’invito che Campo fa ai suoi consumatori?
LM: Invitiamo tutti a intraprendere un percorso di conoscenza condivisa.
Vogliamo che il cibo non sia solo sapore, ma anche sapere. Noi ci impegniamo a raccontare l’origine dei prodotti e le soluzioni che adottiamo, portandovi a condividere un’emozione. A voi che lo consumate, chiediamo di farci conoscere di più le vostre esigenze, per continuare a crescere insieme e dare al cibo il compito di aggiungere più sapere ai sapori.













