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Come rispettare l’uomo e la Terra

C’è un conto che non torna mai quando si parla di fame e di produzione agricola. Ma se qualcuno ha interesse a truccare i bilanci, noi possiamo fare la nostra parte per aggiustarli.

Bio e Sostenibile. Silvano Ventura. Come rispettare l'uomo e la terra

C’è un’aritmetica amara che si impara leggendo i dati della fame, che nel mondo è triste compagna di vita per oltre 1 miliardo di persone e di contrappunto a queste, ci sono le altrettante che sono afflitte dall’obesità che è la vera epidemia che colpisce il pianeta. Un conto che non torna mai!
La terra, quella vera, produce già oggi calorie sufficienti a sfamare non una, ma due umanità.
Un banchetto potenziale per quasi sedici miliardi di persone. Eppure, oltre la metà di questo tesoro non arriva mai a tavola, si perde per strada come un pellegrino smarrito. La ragione è un bivio scomodo che la nostra civiltà imbocca ogni giorno: gran parte di quel ben di Dio devia il suo corso verso la iper produzione innaturale degli allevamenti intensivi o finisce a nutrire la gola insaziabile dei serbatoi, trasformato in biocarburante. Ma non è tutto qui.
A questa grande perdita se ne aggiunge un’altra, più capillare e beffarda. È un fiume carsico di cibo che, pur destinato alle nostre cucine, scompare. È la frutta e la verdura lasciata a marcire nei campi perché esteticamente imperfetta, o dannosa alle logiche del profitto, sono le tonnellate di cibo scartate dai supermercati, è il pane invenduto, il cibo dimenticato in fondo a un frigorifero.
Questo spreco è l’urlo costante di un’opulenza malata, che è un’offesa all’umanità affamata.
È il fantasma che si aggira tra i nostri scaffali tracimanti di cibo.

Il paradosso diventa così ancora più feroce.

Cibo che invece che essere nutrimento per chi ha fame, diventa materiale per allevamenti intensivi, dove per creare 1 kilo di carne ne servono centinaia di soia e frumento e migliaia di litri di acqua, o che diventa biodiesel per i grossi serbatoi dei suv che intasano le strade.

Un meccanismo che, sommato al cibo che semplicemente gettiamo, si traduce in miliardi di bocche che restano vuote.

La geografia di questa assurdità è impietosa: se in India, la quasi totalità del raccolto diventa pasto – quindi un cerchio che si chiude tra produzione e consumo umano – negli Stati Uniti, è un labirinto dove la maggior parte del grano e della soia si perde per nutrire stalle e motori e dove lo spreco di cibo è enorme come nel resto dei cosiddetti paesi ricchi.

Non è una questione di capacità, la terra è generosa.

È una questione di attenzione, di coscienza e di consapevolezza delle nostre scelte quotidiane.
Basta ridurre, non per forza eliminare, il nostro consumo smodato di carne e stare attenti a non sprecare cibo, per liberare risorse capaci di sfamare un intero continente.
Se solo scambiassimo una parte di quella carne con i legumi, figli umili e potenti della nostra terra, i numeri diventerebbero quasi inimmaginabili.

La verità è che il pianeta produce già abbastanza per tutti, e anche di più.

Ciò che serve è la volontà di rimettere le cose al loro posto, di smettere di bruciare cibo e di gettarlo.
La fame, a guardarla bene, non è figlia della scarsità, ma di un sistema che preferisce riempire mangiatoie, serbatoi e discariche piuttosto che la tavola di quella parte di umanità che è affamata.

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