
Il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto. Il silenzio sorride. […] Il silenzio è cosa viva.
Chandra Livia Candiani
Perché meditiamo? Cosa cerchiamo nella meditazione? Quale bisogno ci spinge nel momento in cui ci apriamo a questa ricerca? Quale voce ci chiama?
Che ci avviciniamo alla pratica per la prima volta o che siamo meditatori di lungo corso queste restano le domande fondamentali, come una sorta di bussola che ci dà la direzione, dicendoci al contempo dove ci troviamo.
A volte si comincia da un disagio, qualcosa nella nostra vita si rompe, oppure la tensione si carica al punto da diventare insopportabile. Sperimentiamo frustrazione, mancanza, impariamo a confrontarci con la perdita e con l’insensatezza e cerchiamo qualcosa che ci aiuti a non soccombere. La mindfulness, come lo yoga e la meditazione di consapevolezza da cui deriva, sembrano promettere una conquista di quiete, una piccola pace in cui trovare rifugio.
C’è una voce che ci risuona dentro e che ci attira verso quella dimensione di raccoglimento, una voce che riconosce la pienezza della presenza che queste pratiche donano come una sorta di ritorno. Perché, quando tutto si acquieta in noi, si apre uno spazio più profondo in cui ci riconosciamo, in cui finalmente ci sentiamo a casa.
È lì che ci troviamo a confrontarci col silenzio e che scopriamo quanto sia ricco e complesso, persino ambiguo in certe condizioni.
Fare silenzio, essere silenzio
All’inizio ci chiedono e ci chiediamo di fare silenzio, di far tacere quel chiacchiericcio continuo che sembra non smettere mai di animarci. Ci fermiamo, costringendoci letteralmente all’immobilità della posizione seduta il più a lungo possibile con l’idea di imbrigliare la mente e finalmente azzittirla. È un momento importante, questo, in cui proprio fermandoci ci scopriamo non solo condizionati da un continuo e irrefrenabile movimento esterno – spesso portatore di stress – ma anche attraversati al nostro interno da un’attività ininterrotta, fatta di pensieri, emozioni, sensazioni, che non corrispondono affatto al paesaggio tranquillo e inamovibile che vorremmo che fosse.
La prima risposta è, allora, cercare di fare silenzio, e con sforzo educare e disciplinare la nostra mente come se fosse completamente altro da noi. Uno sforzo che, a lungo andare, può avere i suoi buoni frutti, come l’esercizio ostinato che permette a un musicista di conquistare l’eccellenza della tecnica. Ma che porta con sé anche un grosso rischio, perché un silenzio costretto può diventare un altro nodo che ci stringe la gola. Allora può accadere di spezzarsi: una parte di noi continua il suo costante chiacchiericcio, mentre un’altra cerca di imporre un’immobilità apparentemente possibile, ma nei fatti irraggiungibile. Ed è lì che, spesso, anche i più volenterosi praticanti finiscono per desistere, stringendosi nelle spalle e dicendo al mondo “questo non fa per me”.
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Come proseguire, allora? In che modo avvicinarci altrimenti al silenzio?
Nella mia esperienza ho imparato che le cose apparentemente più semplici non sono mai “facili”, e che per capire le parole dobbiamo provare a interrogarle, fino in fondo e senza paura.
Può essere allora utile fare un passo indietro: cos’è silenzio?
Cosa intendiamo quando parliamo di silenzio?
È uno spazio bianco e congelato dove tutto è finalmente messo a tacere? Quasi un panorama astratto e senza vita come una landa gelata?
Oppure il silenzio è la partitura più ampia in cui tutti i suoni si compongono? Quello sfondo da cui le nostre parole e i nostri pensieri emergono e a cui poi ritornano?
La prima risposta implica una negazione della parola, il silenzio sarebbe in questo caso il contrario di ogni suono. La seconda, invece, ci dice di uno spazio che è prima, durante e dopo ogni suono, che somiglia più a una condizione aperta dell’ambiente che a un’opposizione da parte di chi lo abita.
Un silenzio vasto come lo spazio
Seguendo questa pista possiamo spostare, allora, l’accento della nostra relazione con il silenzio da atto volitivo a condizione di apertura. Meditare potrebbe così significare non solo cambiare la mente, ma anche imparare ad essere davvero presenti a ciò che già c’è, alla vita che cambia con noi, respiro dopo respiro. Imparare ad avere sufficiente forza per restare, per non scrollare oltre, per aspettare che la visione d’insieme si componga e che le cose si manifestino per quello che sono: processi che iniziano, si sviluppano e poi finiscono. A volte più simili a nuvole che scorrono piuttosto che ai sassi inamovibili che immaginiamo.
Certo, è necessaria disciplina per restare, ma forse anche questa disciplina può somigliare a una forma di amicizia, a un “tornare a trovarsi” giorno dopo giorno, come faremmo con un buon amico, o con un luogo che riconosciamo come familiare, come nostra casa. Perché, come l’ambiente che ci circonda, anche lo spazio del nostro essere è molto più vasto dell’idea che ne abbiamo: non siamo diversi da ciò che ci attraversa, ma siamo anche lo spazio in cui le emozioni sorgono e riposano, in cui le parole fioriscono e poi cessano.
Credo che il dono di una postura più aperta nella pratica, meno condizionata dal controllo, sia non solo la “pacificazione”, ma uno sguardo meno stretto sul mondo, meno angusto e quindi meno “angosciato”.
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Così il silenzio smette di essere la negazione della parola, per farsi spazio vivo dove la natura, non solo sonora, di ogni vita può manifestarsi e fluire.
E la parola può non essere più la negazione del silenzio, ma la fioritura di un’espressione profonda del nostro essere, di una mente che è noi e al tempo stesso molto più di noi, e che attinge a un sentire più ampio che ci riguarda tutti.
Ed è lì, in quella parola viva e abitata di silenzio, che ancora risuoniamo con la poesia del mondo.












